C’è una generazione intera cresciuta a colpi di consolle e cuffie che, senza troppo clamore, ha imparato a maneggiare contratti, budget e organigrammi con la stessa disinvoltura con cui prima mixava due dischi. Andrea Corelli appartiene a quella generazione, anche se il suo percorso ha preso una piega più articolata delle altre. Bambino affascinato dai dj che vedeva in televisione, è diventato uno di loro, vivendo per un quarto di secolo le notti dei club, delle consolle, dei tour. Il salto vero, però, è arrivato quando ha smesso di limitarsi a suonare la musica e ha iniziato a costruirla da dietro le quinte: prima in Universal Music Italy, poi in Warner Music, dove ha messo in piedi la divisione dance, quindi con un’etichetta indipendente tutta sua e una startup digitale nata quando la parola stessa “startup” non era ancora entrata nel lessico comune. È passato poi in Sony Music, occupandosi di progetti internazionali legati ad artisti come The Chainsmokers, Jain e Purple Disco Machine, e contribuendo al percorso musicale di Carolina Benvenga prima ancora che iniziasse la sua carriera da cantante. Nel mezzo, la startup più impegnativa di tutte: la famiglia.
Con l’arrivo della pandemia è passato dalla vendita di musica a quella di viaggi per studenti, entrando in ScuolaZoo e imparando a conoscere una generazione che, a suo dire, in alcuni casi non aveva mai sentito nominare i Daft Punk. È in quel periodo che Gabry Ponte lo ha coinvolto per ricostruire la propria attività dal vivo dopo il Covid: insieme hanno portato la musica del dj dai club alle arene, fino al palco dello stadio di San Siro, per due volte, davanti a cinquantaquattromila persone.
Oggi Corelli offre consulenza strategica nell’industria musicale ad artisti, etichette, team di management e aziende del settore Music Tech, individuando ciò che funziona e ciò che va corretto, e collabora come consulente con HAT Music, realtà che affianca i nuovi talenti emergenti. Ma la cornice in cui lo si incontra questa volta è insolita: uno studio di registrazione, ospiti del Cubo Studio di Gabriele Ponte, a parlare non di musica ma di un libro. Un libro sulle email.
Il titolo, “Professionalità Aumentata”, nasce da un gioco di parole che l’autore stesso racconta con un sorriso. Inizialmente aveva pensato a qualcosa di più diretto e immediato, ma giocherellando con i termini è arrivato a un accostamento con la realtà aumentata che, a conti fatti, gli è sembrato calzare a pennello. La tesi di fondo è semplice e insieme spietata: la dispersione di efficienza causata dalla scarsa competenza nello scrivere una email genera perdite concrete, misurabili in ore di lavoro, in errori che si moltiplicano, in fraintendimenti che costano tempo e denaro. Non si tratta di contenuti, ma di forma, di tecnica.
“La realtà è che la dispersione dell’efficienza causata dalla mancanza di competenza nello scrivere le email, e non sto parlando dei contenuti, sto parlando proprio della forma dal punto di vista tecnico, genera delle perdite effettive che sono calcolabili a livello aziendale su ore perse, quantità di errori che si moltiplicano eccetera eccetera e quindi la professionalità aumenta se uno impara a utilizzare lo strumento” ha spiegato l’autore, aggiungendo di essere partito da una lacuna personale: nessuno gli aveva mai insegnato a scrivere una email a regola d’arte, per cui ha dovuto studiare da autodidatta prima di mettere insieme quanto raccolto in un volume che lui stesso, con autoironia, definisce un mattone da maneggiare con cautela.
Interrogato sul perché proprio la discografia, un mondo abituato a muoversi tra consolle e backstage più che tra caselle di posta, sconti così poco su un tema apparentemente marginale come l’etichetta epistolare, Corelli non usa mezzi termini. Nel settore, sostiene, di professionisti dell’email non ce ne sono poi molti, e i più giovani in particolare faticano a distinguere tra i campi “a” e “cc”, non hanno chiaro l’uso corretto del campo nascosto per la tutela della privacy, o non colgono che in un thread affollato di dieci messaggi e venti destinatari non serve rispondere “grazie, prego, arrivederci” a ogni passaggio. Sono, a suo avviso, inefficienze che si sommano, aumentano il carico cognitivo di chi riceve, generano confusione, stress, e in un ambito già segnato da orari notturni, serali, nei fine settimana, il rischio di logoramento professionale è dietro l’angolo per chiunque.
Sull’irruzione delle chat e della messaggistica istantanea nelle abitudini epistolari, l’autore mostra invece una certa cautela analitica: nel libro non ha approfondito il tema, perché non ritiene che l’influenza delle chat sulle email sia poi così determinante. Il vero nodo, spiega, è la moltiplicazione dei canali di comunicazione attivi contemporaneamente, che impone a ciascuno di ottimizzarli uno per uno, riconoscendone la specifica semantica.
Quanto al proprio rapporto quotidiano con lo strumento, Corelli non ha dubbi: la posta elettronica resta il primo gesto della sua giornata lavorativa, pur essendo, come ricorda lui stesso, uno strumento vecchio ormai di trent’anni. “Le mail per me sono uno strumento fondamentale, ancora adesso, pur essendo uno strumento vecchio di ormai trent’anni, per svolgere il mio lavoro, per tenere traccia di tutto quello che serve” ha raccontato, portando come esempio proprio il lavoro fatto in vista di uno dei concerti allo stadio di Gabry Ponte, quando decise di introdurre una nuova policy comunicativa: da quel momento in poi ogni comunicazione rilevante sarebbe dovuta passare tassativamente per email, perché nessuno potesse più trincerarsi dietro un “non me l’hai detto” o un “non me lo ricordo”.
Proprio su questo punto emerge uno dei passaggi più netti della conversazione, quello sull’autorevolezza quasi notarile che l’email sembra aver acquisito rispetto ad altre forme di comunicazione più informali come una chattata su WhatsApp. Per l’ex dirigente discografico, questo valore non è affatto una novità recente. Ricorda i suoi ultimi tempi in Sony Music, nel 2019, quando riceveva in media quattrocento messaggi al giorno e il non riuscire a starci dietro diventava un problema personale, prima che qualcuno si accorgesse della situazione e si mettesse mano all’ottimizzazione di quel flusso. Ma il punto resta: lasciare traccia scritta in un mezzo asincrono come la posta elettronica dà a chi riceve tutto il tempo di leggere e rispondere quando può, a differenza di altri canali pensati per la risposta immediata. E soprattutto, permette a tutti i destinatari di ricevere la stessa informazione nello stesso momento, di sapere che gli altri la conoscono, evitando ripetizioni inutili che fanno perdere tempo e, di conseguenza, denaro, perché è il tempo delle persone ciò che le aziende pagano davvero.
Il libro, spiega l’autore, è diviso in quattro parti. La prima riguarda l’architettura del messaggio: come si costruisce correttamente una email, dal corpo del testo agli allegati fino all’oggetto. La seconda affronta la logistica, ovvero come si muovono i messaggi, i destinatari diretti, quelli in copia, quelli nascosti, la protezione e l’attenzione da avere prima di premere invio, un tema che definisce fondamentale, avendone combinate parecchie lungo la sua carriera nelle multinazionali. La terza parte, più formale, è dedicata all’etichetta: come rispondere e a chi, comprese analisi su come interpretare ed eventualmente evitare gli errori di battitura, o su come gestire caselle email condivise, situazione comune per esempio nella pubblica amministrazione. L’ultimo blocco, il più corposo, riguarda la gestione del tempo: come tenere la casella di posta in ordine senza subirne il peso cognitivo, il metodo noto come inbox zero, molto diffuso in ambito startup, la pianificazione rispetto ai tempi altrui, perché non è mai il caso di premere invio a tarda sera a meno di reale urgenza, fino alla gestione delle crisi comunicative e delle tecniche di de-escalation.
Il volume, che si chiude oltre le centosettanta pagine, si completa con una serie di appendici pensate per renderlo utilizzabile davvero: una bibliografia raccolta in un unico punto, un percorso suddiviso in otto settimane per introdurre gradualmente le nuove abitudini senza pretendere di stravolgere tutto in pochi giorni, un glossario, una raccolta di scorciatoie e un’area riservata online con circa duecento esercizi pratici, organizzabili in blocchi quotidiani per misurare i propri progressi.
Sull’intelligenza artificiale, tema che il titolo stesso richiama attraverso il gioco di parole con la realtà aumentata, l’autore ha scelto una posizione defilata mala tutt’altro che disinteressata: ogni capitolo del libro si chiude con una tabella di sintesi che distingue le istruzioni pensate per l’essere umano da quelle pensate per un’intelligenza artificiale. Non si tratta di prompt veri e propri, ha precisato, ma di indicazioni su come costruirli, perché i prompt possono cambiare nel tempo, mentre il concetto di fondo resta.
Guardando oltre la pagina stampata, Corelli non esclude un’estensione multimediale del progetto, magari sotto forma di newsletter in cui analizzare pubblicamente gli errori che gli arrivano ogni giorno nella propria casella di posta, condizionando però questa possibilità al riscontro che il libro stesso otterrà. C’è, del resto, un retroscena che rivela quanto il progetto sia nato quasi per caso: mentre lavorava a un secondo libro, più ampio e verticale sul mondo della musica, arrivato solo al secondo capitolo, un fastidio crescente verso le email scritte male, forse alimentato dalle continue interruzioni subite proprio mentre scriveva, lo ha spinto a mettersi al lavoro su “Professionalità Aumentata”, completato in un tempo sorprendentemente breve rispetto all’altro progetto, rimasto ancora in sospeso.
A completare il quadro editoriale c’è anche “La Music Company che Vorrei”, la newsletter che l’autore cura su LinkedIn e che potrebbe diventare in futuro il titolo di una raccolta a sé stante. Nata come forma di autoterapia, un diario in cui annotare ciò che nell’industria musicale non funzionava e come lo si sarebbe voluto vedere fatto diversamente, si è trasformata in un piccolo caso editoriale spontaneo, seguito da un pubblico che l’autore stesso ammette di non aspettarsi.
Tra consolle, multinazionali discografiche, palchi di stadi affollati e caselle di posta elettronica, il filo che lega ogni tappa del percorso di Andrea Corelli sembra essere sempre lo stesso: la convinzione che dietro ogni struttura, anche la più tecnica e apparentemente arida, si nasconda uno spazio per fare meglio, per ridurre l’attrito e restituire tempo, energia e chiarezza a chi lavora. Che si tratti di portare un dj da un club a uno stadio o di insegnare a un intero settore come si scrive correttamente un oggetto email, il metodo resta lo stesso.








