C’è un momento, nella vita di quasi ogni fenomeno culturale, in cui ciò che era stato considerato rumore diventa archivio. Succede al punk, all’hip hop, alla techno; prima disturbo dell’ordine costituito, poi materia da convegno, documentario, museo, università. Alla club culture italiana sta accadendo qualcosa di simile, con un ritardo che forse racconta più del nostro Paese che delle discoteche. Per decenni abbiamo avuto luoghi capaci di produrre estetiche, comportamenti, lessici, professioni, comunità e persino nuovi modi di concepire l’identità senza quasi mai riconoscere loro una dignità culturale autonoma. Erano “locali”. Fine. Nel frattempo, dentro quelle stanze, cambiava la società.
“Gente Differente”, il nuovo libro di Micaela Zanni, parte precisamente da questa contraddizione. Dal 1988 al 2018 Zanni ha guidato il Kinki di Bologna, cioè uno di quei club per i quali l’aggettivo “storico” rischia di essere tanto inevitabile quanto insufficiente. Perché trent’anni dietro la macchina organizzativa di una pista significano avere osservato l’arrivo della house music, la trasformazione dei pr in piccoli centri di potere, l’ascesa e la caduta di intere professionalità, il rapporto fra moda e nightlife, la progressiva istituzionalizzazione dell’underground e, naturalmente, quel curioso processo attraverso il quale la trasgressione viene prima demonizzata e poi venduta in comode confezioni premium.
Il sottotitolo del volume, “La notte come mestiere, dalla controcultura alla cultura”, individua probabilmente il punto più interessante della questione: dietro l’immaginario romantico del club esisteva un’industria. Con gerarchie, economie, intuizioni, errori, precarietà e competenze che troppo spesso la narrazione successiva ha ridotto alla solita galleria di dj, celebrità e fotografie sgranate. A parere di chi scrive, uno degli equivoci più resistenti quando si raccontano quegli anni consiste proprio nel confondere ciò che accadeva sulla pista con il sistema che rendeva possibile quella pista. È molto più affascinante ricordare le cinque del mattino che discutere di direzione artistica, selezione all’ingresso, rapporti con il territorio o sostenibilità economica; peccato che senza la seconda parte, molto semplicemente, la prima non sarebbe mai esistita.
Zanni sceglie per questo una struttura doppia: ricostruzione storica e memoir. Da una parte prova a rimettere ordine nella genealogia della vita notturna italiana, retrodatandone correttamente la nascita rispetto alla comoda vulgata che fa iniziare tutto negli anni Novanta; dall’altra racconta ciò che vedeva dall’interno, cioè dalla posizione meno mitologizzata e forse più interessante: quella di chi ogni settimana doveva trasformare un’intuizione culturale in un luogo funzionante. Non la cliente, non la fan, non la figura che compare nella fotografia davanti alla consolle. L’imprenditrice.

Ne esce inevitabilmente anche un discorso sul presente. Cosa rimane di una scena quando la capacità di aggregazione passa attraverso piattaforme progettate per trasformare ogni nicchia in contenuto? Quanto spazio resta alla costruzione lenta di un’identità collettiva quando reputazione, pubblico e desiderabilità vengono misurati in tempo reale? E soprattutto: stiamo conservando la memoria di quella stagione oppure ne stiamo confezionando una versione abbastanza innocua da poter essere consumata senza conseguenze? Domande alle quali un libro da solo non può rispondere. Per fortuna. Abbiamo quindi preferito partire dall’altra parte del bancone e lasciare parlare chi, per trent’anni, ha visto la notte anche quando si accendevano le luci. “Gente Differente” tiene insieme saggio e memoir. Quando hai capito che la ricostruzione storica non sarebbe bastata e che avresti dovuto mettere dentro anche te stessa?
“In realtà è stata quasi una scelta obbligata. Avevo questo libro in testa da tanti anni, ma ero sempre rimasta bloccata davanti al foglio bianco perché gli argomenti erano talmente tanti che avrei potuto farne un’enciclopedia. Non riuscivo nemmeno a decidere che libro dovesse essere: un saggio, un testo umoristico, qualcosa di autobiografico? Con il Covid finalmente mi sono decisa e sono partita dalla parte più analitica. In quel momento avevo ancora in corso la causa con il condominio per la stessa vicenda che mi aveva costretta a chiudere il locale e dovevo stare molto attenta a ciò che scrivevo, per non offrire appigli alla controparte. La ricostruzione storica, però, per me era importante anche per un altro motivo. Negli anni precedenti avevo partecipato a diversi talk e letto molti racconti sull’argomento, rendendomi conto che quasi nessuno conosceva davvero la genesi della club culture italiana. Tutti partivano dagli anni Novanta, quando in realtà il fenomeno era già ampiamente presente. Come era nato? Quali erano stati i primi locali? Perché proprio in quel momento? Quali ingredienti avevano creato quella magia? Volevo ricostruire quel percorso. Quando ho terminato quella parte, l’ho fatta leggere a tre persone del settore, molto qualificate e delle quali mi fidavo. Non si conoscevano tra loro, ma tutte e tre mi hanno detto praticamente la stessa cosa: ‘“’Va bene, è molto bello, ma se il libro lo scrivi tu, ci devi mettere la ciccia’. Dovevo raccontare anche la mia esperienza. Mi sono consultata con il mio avvocato, che mi ha raccomandato molta cautela, e ho scritto quindi una seconda parte autobiografica. Alla fine, però, mi sono ritrovata con due libri difficilmente intersecabili: il saggio utilizza un linguaggio più storico e analitico, mentre il memoir è inevitabilmente personale, diretto, parlato. Un’editor con cui mi ero confrontata all’inizio mi disse: ‘Io li pubblicherei proprio così, come due libri in uno’. Ed è quello che ho fatto”.
Trent’anni al Kinki significano avere osservato nascita, ascesa e declino di numerosi mestieri della notte. Quale cambiamento nei rapporti di potere tra pr, direzione artistica e selezione ti sembra più significativo?
“Io queste figure le ho viste nascere, arrivare ad avere un’importanza e un potere enormi e poi, nella maggior parte dei casi, sgonfiarsi. Non posso però dire che la trasformazione mi abbia sorpresa: conoscendo dall’interno i meccanismi che le avevano create, era abbastanza prevedibile. Molte di quelle persone non erano supportate da qualità particolari: si erano trovate al posto giusto nel momento giusto e avevano saputo gestire quello che avevano in mano. Esattamente come me, d’altronde. Alcuni ruoli erano sicuramente più strutturati di altri. Penso soprattutto ai direttori artistici, spesso persone dotate di grande carisma e capacità. Anche certi pr erano molto bravi e qualcuno continua a svolgere quel lavoro ancora oggi. Devo però dire che vedere una persona fare il pr in discoteca da quarant’anni mi mette anche un po’ di tristezza, perché significa che non c’è stata un’evoluzione professionale. Mi sarei aspettata che, dopo tanta gavetta, potesse diventare direttore o magari persino proprietario. È successo molto raramente. Oggi vedo nuovi giovani che si avvicinano a questo ambiente per interesse e questo è positivo. Mi piacerebbe che qualcuno riuscisse a utilizzarlo come una grande scuola per costruirci sopra una vera crescita professionale”.
Alcuni mestieri si sono inflazionati, altri sono quasi scomparsi. Quale figura manca davvero al club contemporaneo e quale, invece, apparteneva a un sistema che era inevitabile superare?
“Ragionando da imprenditrice, quella che rimpiango maggiormente è sicuramente il bravo direttore artistico. È il braccio destro del proprietario: non soltanto un esecutore, ma la persona con cui condividi linea, stile e identità del locale. Se è competente, ti alleggerisce di una quantità enorme di lavoro che altrimenti ricadrebbe interamente sulla proprietà. Non sento invece la mancanza di tutte quelle figure che si erano moltiplicate soprattutto nella seconda metà degli anni Novanta: pr, sotto-pr, sbigliettatori. Fatte salve alcune persone realmente capaci, erano spesso individui che si erano avvicinati al club soprattutto perché avevano capito che vi si potevano guadagnare dei soldi, senza possedere competenze professionali particolari. Quella sovrastruttura a un certo punto si era enormemente gonfiata e credo che oggi, semplicemente, non abbia più molto senso”.
Essere stata per tre decenni una donna al vertice di un importante club house, all’interno di un sistema quasi interamente maschile, assume oggi un significato particolare. All’epoca quanto ne eri consapevole?
“Nel libro racconto alcuni episodi nei quali dico esplicitamente che, se fossi stata un uomo, forse determinate situazioni sarebbero andate diversamente. Devo però fare una premessa. Io provengo da anni nei quali, almeno per come li ho vissuti, non ragionavamo continuamente per categorie. Essere donna non significava automaticamente sentirsi inferiore: molti diritti erano ormai acquisiti e io stessa non avevo mai interpretato la mia carriera principalmente attraverso il genere. Durante il Covid mi fecero un’intervista e mi chiesero: “Essere l’unica donna del settore ti ha penalizzata?”. La prima reazione fu quasi di inalberarmi. Poi quella domanda mi rimase in testa, ci riflettei seriamente e cominciai a unire i puntini. E sì: credo che essere donna mi abbia reso alcune cose più difficili. Non sempre venivo ascoltata o presa in considerazione nello stesso modo in cui probabilmente sarebbe stato ascoltato un uomo. A questo va aggiunto un altro elemento: per carattere e per scelta non ho mai cercato di mettermi particolarmente in mostra all’interno dell’ambiente professionale. Di visibilità mediatica ne ho avuta moltissima: interviste, giornali, televisione, Rai Uno. Nelle manifestazioni degli addetti ai lavori, nelle occasioni in cui bisognava esserci e farsi vedere, sono invece rimasta un po’ in disparte. Preferivo stare dietro le quinte e lasciare spazio ai miei direttori artistici o ai pr più importanti. Ripensandoci oggi, però, il dato rimane: sono stata per trent’anni una donna alla guida di un importante club house in un settore interamente maschile. Ho chiuso per ragioni che non dipendevano dalla mia gestione e, soprattutto, non sono mai fallita, a differenza di una percentuale altissima di stimatissimi colleghi uomini che ho visto passare in quegli anni. Probabilmente avrei dovuto dare più valore anch’io a questo risultato”.
Il Kinki esiste nella letteratura prima ancora che nella memoria audiovisiva: da Tondelli a Brizzi, altri lo hanno raccontato prima di te. Che effetto fa prendere la parola dopo essere stata, per anni, oggetto delle narrazioni altrui?
“Per me è soprattutto un grandissimo motivo di orgoglio. Ad oggi ci sono sedici o diciassette libri che, in un modo o nell’altro, hanno inserito il Kinki nelle loro narrazioni. Non so quanti locali possano vantare qualcosa del genere. Credo che dica una cosa molto precisa: quel posto è stato il centro gravitazionale della vita di moltissime persone. Non era semplicemente un indirizzo nel quale si andava a ballare. Per molti rappresentava un punto fermo, un universo che faceva parte della propria esistenza. È stato raccontato in modi completamente differenti. C’è chi lo ha inserito nella Bologna di quegli anni, chi ne ha fatto lo scenario di un romanzo, persino chi ha costruito una storia di fantasia che parte da un omicidio nei suoi bagni. Brizzi ha descritto la città degli anni Novanta che lui stesso aveva vissuto e quel luogo faceva parte di quella realtà. Altri autori lo hanno attraversato attraverso esperienze e mondi totalmente diversi. Non credo che qualcuno lo abbia frainteso. Trovo interessante proprio il contrario: ciascuno lo ha vissuto a modo suo e, di conseguenza, lo ha raccontato attraverso il proprio sguardo. Non esiste una versione corretta da contrapporre alle altre. La differenza di “Gente Differente” sta nel punto di osservazione. Tutti quei libri, con modalità diversissime, raccontano lo stesso universo dalla parte di chi lo frequentava. Io l’ho guardato dall’altra parte del bancone: dalla prospettiva di chi, per trent’anni, doveva farlo esistere”.








